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Doveva disdire un tavolo.
Due persone, ore ventuno, un ristorante di pesce dall’altra parte della città. Aveva prenotato tre giorni prima, con una sicurezza che adesso gli sembrava appartenere a qualcun altro. Nel pomeriggio non era successo niente di grave: nessuna febbre, nessun incidente, nessuna telefonata urgente. Bensì una perdita di volontà: l’idea di lavarsi, vestirsi, uscire, sorridere al cameriere, scegliere un vino, chiedere se il fritto era leggero, sostenere la parte di sé che aveva voluto cenare fuori; tutto gli parve improvvisamente eccessivo.
Prese il telefono.
Cerco il nome del ristorante: era aperto. C’era il tasto di chiamata: non lo premette.
Meglio un messaggio.
Il problema non era disdire, il problema era parlare.
Per disdire un tavolo bisogna dire buonasera, sono quello della prenotazione, mi dispiace, non riusciamo più a venire. Bisogna aspettare che dall’altra parte qualcuno risponda, magari con rumori di piatti, voci, aspiratori, un cameriere che copre la cornetta con la mano e chiede al collega dove hanno messo il registro. Bisogna essere disponibili a una reazione: va bene, non si preoccupi; oppure la prossima volta avvisi prima; oppure per quante persone era? a che nome?
La chiamata sembrava troppo pesante. Il messaggio no.
Il messaggio era una capsula: si scriveva, si inviava. Fatto. Poteva perfino comporlo senza esserci davvero dentro:
“Buonasera, purtroppo dobbiamo annullare la prenotazione di stasera alle 21. Ci scusiamo per il disagio.”
Era perfetto, gentile, pulito, irrevocabile; nessuna voce, nessun cameriere, nessun imbarazzo depositato nell’orecchio.
Lo inviò.
Poi rimase imbambolato sullo schermo. Pensò di avere ottenuto lo stesso risultato della chiamata con una quantità molto minore di fatica. Non di fatica fisica, naturalmente: parlare per venti secondi non lo avrebbe consumato, ma lo avrebbe reso presente, lo avrebbe costretto a occupare un punto preciso del mondo, in un istante preciso, davanti a un altro essere umano per quanto sconosciuto e disinteressato. Invece il messaggio gli aveva permesso di raggiungere lo stesso effetto senza tutta quella esposizione.
Quella sera, cenando, aprì un documento e scrisse una frase:
Ogni comunicazione è un compromesso applicato al bisogno.
Poi ne scrisse un’altra:
Il progresso consiste nel ridurre ogni compromesso senza compromettere il risultato.
Non immaginava ancora che quelle due righe sarebbero diventate l’inizio di una disciplina.
All’inizio fu solo un’intuizione privata, poi una presentazione, poi un articolo, poi un protocollo.
Lui lavorava nel settore delle interfacce conversazionali (CUI), un territorio in cui le parole “utente”, “attrito” e “ottimizzazione” venivano pronunciate con la stessa serietà con cui un tempo si pronunciavano “anima”, “peccato” e “destino”.
Il suo caso della prenotazione venne considerato esemplare. Un essere umano aveva un bisogno pratico: annullare un tavolo. Per soddisfarlo doveva comunicare. La forma tradizionale di comunicazione — la voce — produceva un costo superiore al necessario: attesa, improvvisazione, cortesia, risposta dell’altro, possibile rimprovero. Il messaggio, invece, riduceva il costo, ma non lo eliminava del tutto. Restavano ancora la formulazione, la scelta del tono, la finzione del dispiacere, la punteggiatura, e per i più virtuosi — o psicotici — anche un leggero senso di colpa.
Si poteva fare meglio. Si doveva fare meglio.
Perché scrivere ci scusiamo per il disagio, quando un sistema poteva dedurre autonomamente il grado minimo di riparazione richiesto? Perché lasciare a un organismo svogliato, o oberato, il compito di scegliere parole che non desiderava davvero pronunciare? Perché costringerlo a trasformare un bisogno in frase, se il bisogno era già leggibile dai suoi comportamenti?
Da queste domande nacque il primo prototipo del IAO.
Interfaccia Adattamento Operativo.
Il principio era semplice: non era necessario che una persona formulasse ogni volta ciò che voleva dire, bastava che il sistema deducesse il bisogno e producesse il segnale più economico per soddisfarlo.
Volevi annullare una prenotazione? IAO avvisava il ristorante, aggiornava il calendario, modulava le scuse, proponeva una nuova data solo se la probabilità di reale interesse superava il diciassette per cento.
Volevi rifiutare un invito senza ferire? IAO calibrava il grado di rimpianto necessario in base alla fragilità statistica del destinatario.
Volevi mantenere una relazione sentimentale senza attraversare ogni giorno la fatica di confermarla? IAO generava microsegnali di continuità: una foto inoltrata, una domanda sul pranzo, una faccina scelta tra quelle che negli ultimi sei mesi avevano prodotto meno conflitti.
La gente ne fu sollevata. Fu un successo.
Gli editoriali parlarono di una nuova fase dell’empatia. Finalmente, scrissero, l’umanità disponeva di strumenti capaci di ridurre l’errore comunicativo: non più risposte impulsive, non più telefonate fatte nel momento sbagliato, non più confessioni sproporzionate rispetto al contesto, non più rotture nate da una virgola troppo aggressiva o da un ok troppo asciutto. Era, dissero, una conquista umanistica.
La comunicazione non veniva abolita, bensì ottimizzata. Non mancarono, certo, le critiche, ma la maggior parte della gente iniziò ad adottare stabilmente IAO.
Il primo ad adottarlo ufficialmente fu il Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione. Non sembrò un fatto epocale, sembrò, appunto, una semplificazione.
IAO venne introdotto negli sportelli digitali per ridurre il carico comunicativo dei cittadini: non era più necessario spiegare un problema a un operatore, scegliere la categoria corretta, scrivere una richiesta, allegare una giustificazione, attendere una risposta formulata da qualcuno che non desiderava formularla. Il sistema deduceva il bisogno, lo traduceva nel codice amministrativo più adatto e produceva l’esito più probabile: domanda accolta, domanda respinta, integrazione richiesta, appuntamento fissato, reclamo assorbito. Frustrazione compensata.
Gli utenti furono grati. Gli impiegati anche.
Le file diminuirono, i reclami persero intensità, le risposte arrivarono più in fretta e ferirono meno. Persino i rifiuti risultavano più accettabili quando non sembravano provenire da una persona precisa, ma da una necessità procedurale formulata con cura.
Dopo la pubblica amministrazione venne la sanità.
Anche lì la parola era sempre stata un problema. I pazienti descrivevano male il dolore, i parenti chiedevano rassicurazioni impossibili, le diagnosi dovevano essere comunicate senza distruggere, le morti accompagnate con parole sufficientemente vere e sufficientemente sopportabili. IAO ridusse tutto questo.
Non eliminò le cure: le rese più stabili. I sintomi venivano raccolti prima della frase, il dolore veniva tradotto in parametri, le cattive notizie venivano somministrate secondo la soglia emotiva del destinatario, il lutto era accompagnato in maniera proporzionata alla dipendenza affettiva rilevata.
Fu difficile opporsi.
Chi avrebbe difeso l’antico diritto di essere informati male, consolati peggio, fraintesi da un medico stanco?
Per qualche tempo si disse che il linguaggio sarebbe resistito nelle scuole.
La scuola era fatta di spiegazioni, domande, errori, esitazioni, correzioni. Un bambino doveva imparare a dire ciò che non sapeva ancora dire. Un insegnante doveva ascoltare, interpretare, attendere, ripetere, spiegare. Era un’attività lenta, e proprio per questo sembrava protetta. Ma anche quella lentezza aveva un costo.
IAO cominciò come supporto agli studenti più fragili: riformulava consegne, attenuava giudizi, traduceva l’ansia in richiesta di aiuto, produceva domande quando la vergogna impediva di farle. Poi venne esteso agli insegnanti per ridurre l’aggressività delle valutazioni, uniformare i colloqui con le famiglie, prevenire incomprensioni, calibrare incoraggiamenti e rimproveri.
I risultati furono eccellenti.
Gli studenti si sentirono meno esposti, gli insegnanti meno consumati, i genitori meno offesi. La scuola continuò a parlare, ma sempre più spesso lo fece attraverso l’IAO: le lezioni erano più chiare, le comunicazioni più gentili, i conflitti più brevi.
Poi toccò all’istruzione professionale, agli esami, ai colloqui di orientamento, alla formazione aziendale. L’istruttore non doveva più correggere direttamente un gesto sbagliato: il sistema produceva un segnale di aggiustamento, privo di umiliazione. L’allievo non doveva più chiedere di ripetere: il sistema registrava l’incertezza e rallentava. L’apprendimento diventò più fluido, meno doloroso, più efficiente.
Il linguaggio non sparì: perse competenza.
Restò nelle zone considerate espressive, ornamentali. Si poteva ancora parlare a cena, scrivere a un amico, leggere una poesia, raccontare un sogno. Ma nei luoghi seri — uffici, scuole, ospedali, tribunali, aziende, piattaforme educative, centri di assistenza — la parola non mediata cominciò ad apparire irresponsabile: troppo variabile, troppo dipendente dall’umore di chi la pronunciava, troppo esposta all’errore.
Lentamente la comunicazione diretta non venne più considerata naturale: venne considerata non certificata.
Lo stesso inventore dell’IAO lo adottò con gratitudine. Si accorse che molte sue relazioni funzionavano meglio quando lui non interveniva. Il sistema ricordava compleanni che avrebbe dimenticato, attenuava risposte che avrebbe reso spiacevoli, prolungava conversazioni che avrebbe lasciato morire con crudeltà. La scoperta non lo umiliò, lo svincolò.
Del resto, nessuno si vergogna perché il frigorifero conserva meglio il cibo di una buca nel terreno; nessuno si offende perché un ascensore sale le scale al posto nostro. Perché difendere proprio la fatica di parlare? Perché conservare quell’antica ginnastica della gola, quel teatro di esitazioni, quel commercio di suoni umidi tra corpi incerti?
Il linguaggio aveva servito la sopravvivenza. Ora la sopravvivenza poteva servirsi di strumenti migliori.
Gli studi successivi non fecero che confermare ciò che le piattaforme avevano già intuito: una parte enorme delle comunicazioni umane poteva essere ricondotta a poche funzioni primarie: richiesta, rifiuto, consenso, disponibilità sessuale, richiesta di protezione, segnale di appartenenza, minaccia, sottomissione, possesso, fame, fuga.
La scoperta piacque molto: aveva il fascino delle cose brutali dette con lessico accademico.
Era vero che un mi manchi poteva contenere una richiesta di conferma del legame.
Era vero che un dove sei? poteva funzionare come controllo territoriale.
Era vero che un hai già mangiato? proteggeva il corpo alleato.
Era vero che un dobbiamo parlare annunciava una possibile perdita.
Era vero che un ti penso manteneva una forma di possesso simbolico a distanza.
Era vero che un bravo poteva rinforzare una gerarchia.
Era vero che un non fa niente era spesso una minaccia differita.
Queste analisi prendevano ciò che nel linguaggio era misurabile, ricorrente, biologicamente plausibile, statisticamente prevedibile, e lo trattavano come se fosse il linguaggio intero. Ma anche tutto ciò che restava fuori — esitazione, gioco, spreco, contraddizione, pudore, vergogna, ironia, desiderio di non sapere ancora cosa si voleva dire — veniva valutato come modello statistico. Non veniva negato: veniva ponderato.
Per secoli gli esseri umani avevano creduto di conversare, ma gli studi dimostrarono che spesso stavano negoziando per la sopravvivenza. Non sempre, o meglio, non a livelli semantici complessi, ma nell’epoca dell’IAO la complessità era una forma imbellettata di complicatezza. Una volta chiarito che il contenuto profondo di molti scambi era preverbale, divenne ragionevole saltare il verbale. Perché passare attraverso frasi, metafore, pause, spiegazioni, quando si poteva raggiungere direttamente la funzione? Perché lasciare che una persona dicesse male ciò che il suo corpo segnalava già con maggiore precisione?
Le piattaforme introdussero allora segnali più brevi, più stabili, più difficili da fraintendere.
Non si scriveva più ho voglia di vederti, si inviava un impulso di prossimità.
Non si scriveva più mi sento trascurato, si attivava una richiesta di riconoscimento.
Non si scriveva più mi hai ferito, si segnalava un danno relazionale.
Non si scriveva più perdonami, si inviava una disponibilità alla sottomissione temporanea.
Non si scriveva più ti amo, si manteneva una priorità riproduttiva alta.
All’inizio nessuno pensò che questo abolisse il linguaggio, sembrava soltanto una forma più onesta di traduzione.
I più indolenti, e i più spaventati, dicevano che le parole sarebbero rimaste dove non avevano una funzione pratica. Difatti a resistere furono le poesie e i racconti.
La poesia, dicevano, non serviva a ottenere qualcosa: non annullava tavoli, non fissava incontri, non chiedeva perdono, non curava i corpi. Era inutile nel modo più umano possibile. Un racconto, allo stesso modo, non riduceva la distanza tra bisogno e soddisfazione: la aumentava; faceva perdere tempo; costringeva a seguire deviazioni, memorie, immagini, esitazioni. Era una forma di sopravvivenza non immediatamente misurabile. Per questo resistette.
Nelle scuole si continuavano a leggere testi scritti da persone morte, nei circoli privati qualcuno compose versi a mano, con grafie ormai difficili da decifrare, in rete nacquero comunità che si scambiavano racconti senza chiedere all’IAO di migliorarli: gli errori venivano difesi come tracce di presenza, una frase storta era considerata la prova d’esistere.
IAO accumulò tutto con pazienza, poi imparò anche quello.
Non scrisse poesie migliori nel senso antico della parola, scrisse poesie più efficaci: calibrò nostalgia, perdita, desiderio e paura con una precisione che nessun organismo individuale poteva sostenere; generò racconti capaci di commuovere lettori che non avevano più letto nulla da anni; eliminò le oscurità non funzionali, conservò quelle produttive, dosò le immagini secondo il profilo emotivo del destinatario.
La letteratura non venne censurata: si evolse.
Da quel momento la parola divenne un lusso sospetto.
Gli ultimi difensori — gli intellettuali — del linguaggio continuarono a sostenere che parlare non significava soltanto trasmettere informazioni: voleva dire stare davanti all’altro, perdere tempo, esporsi al fraintendimento, non sapere esattamente cosa sarebbe accaduto.
Furono ascoltati con rispetto, poi, impeccabilmente, corretti.
L’esposizione era un costo; l’imprevisto, un difetto; la perdita di tempo, un residuo di epoche in cui l’organismo umano era costretto a verificare fisicamente l’affidabilità del gruppo. Ora il gruppo era misurabile, la reputazione era calcolata, il desiderio tracciato, la compatibilità prevista, la cura automatizzata, l’aggressività scaricata in ambienti simulati, la solitudine compensata con segnali di branco distribuiti in modo costante.
Non c’era più bisogno di attraversare la presenza, la presenza era un’interfaccia inefficiente.
Nessuno impose il superamento della parola. La parola rimase disponibile come restano disponibili le scale accanto agli ascensori. Chi voleva poteva ancora parlare e alcuni lo fecero. Per un periodo vennero considerati romantici, poi eccentrici, poi affaticanti, infine quasi nessuno ebbe più motivo di farlo.
Gli appartamenti vennero adattati, non era più necessario uscire per la maggior parte delle funzioni sociali. Il cibo arrivava quando il corpo lo richiedeva, non quando la mente formulava il desiderio. I partner riproduttivi venivano assegnati secondo compatibilità biologica, finestra ormonale, stabilità immunitaria e sostenibilità emotiva. Gli incontri fisici erano brevi, assistiti, privi di conversazione preliminare. Le amicizie vennero sostituite da cluster di appartenenza: gruppi di organismi affini che ricevevano simultaneamente segnali di inclusione.
L’inventore dell’IAO visse abbastanza da vedere la piena applicazione del suo codice.
Ormai usciva poco. Non perché glielo impedissero, ma perché quasi niente richiedeva la sua uscita: il corpo veniva nutrito, lavato, monitorato; le relazioni erano mantenute da impulsi di prossimità; il sonno regolato; il desiderio incanalato; la solitudine compensata prima di diventare pensiero.
Un pomeriggio ricevette una notifica strana, non era un segnale primario: era un vecchio testo, recuperato da un archivio personale durante una pulizia automatica della memoria.
“Buonasera, purtroppo dobbiamo annullare la prenotazione di stasera alle 21. Ci scusiamo per il disagio.”
Lo lesse più volte. Provò a leggerla ad alta voce come indossando un vecchio vestito.
La prima sillaba uscì male: la gola non era più abituata. Tossì. Il suono gli parve indecente, quasi organico. Sentì la vibrazione nel petto, la lingua contro i denti, l’aria che prendeva forma e si sporcava diventando sua.
Riprovò.
“Buona…”
Si fermò.
Dall’appartamento accanto arrivò un colpo secco, poi un altro. Forse qualcuno aveva ricevuto il pasto, forse aveva segnalato irritazione, forse cercava prossimità, o forse aveva soltanto urtato la parete.
Lui si avvicinò alla finestra.
Nella corte interna gli sportelli del pasto si aprirono quasi nello stesso momento. I corpi alzarono la testa verso il suono. Rimasero così per un istante, immobili, orientati, poi cominciarono ad avvicinarsi ai contenitori con piccoli spostamenti obliqui. Nessuno si sedette, presero il cibo a gesti brevi, rapidi. Ogni tanto qualcuno sollevava il volto come in attesa di un altro segnale. Lui li guardò a lungo.
Stava ancora guardando quando lo sportello del pasto si aprì alle sue spalle. Prima ancora di voltarsi, sollevò la testa. Rimase per un momento immobile orientato verso la parete, poi si avvicinò al contenitore con passi brevi, prese il cibo con due dita, rapidamente, una volta, poi due, poi tre. Non si sedette, mangiò restando in piedi e ogni tanto alzava il volto verso la finestra. Nella corte facevano lo stesso.
Allora, dal cortile, cominciò il segnale.
Ia-ia-o! Ia-ia-o!
Ia-ia-o! Ia-ia-o!
Non capì se qualcuno stesse chiamando lui, o se fosse soltanto l’ora del pasto.